Euroincertezze
Terminata la fase più acuta dell’emergenza, finita l’ora dei grandi annunci per rassicurare i mercati sul futuro della zona euro, i ministri delle Finanze dell’Unione europea sembrano disfare – o almeno ritardare – ciò che i capi di stato e di governo avevano promesso. E’ accaduto anche ieri all’Ecofin, dove sui grandi temi in agenda – Unione bancaria, Road Map per il futuro della zona euro, Tassa sulle transazioni finanziarie – si è deciso di rinviare tutto alla prossima riunione di dicembre. Eppure le lancette dell’orologio corrono. di David Carretta

Bruxelles. Terminata la fase più acuta dell’emergenza, finita l’ora dei grandi annunci per rassicurare i mercati sul futuro della zona euro, i ministri delle Finanze dell’Unione europea sembrano disfare – o almeno ritardare – ciò che i capi di stato e di governo avevano promesso. E’ accaduto anche ieri all’Ecofin, dove sui grandi temi in agenda – Unione bancaria, Road Map per il futuro della zona euro, Tassa sulle transazioni finanziarie – si è deciso di rinviare tutto alla prossima riunione di dicembre. Eppure le lancette dell’orologio corrono. Al vertice di giugno, quando Spagna e Italia tremavano di fronte a Lady Spread, i leader avevano promesso di chiudere entro l’anno il cantiere delle riforme per garantire la perennità della moneta unica. Invece, anche di fronte al caso greco, il senso d’urgenza è venuto meno. Sull’Unione bancaria, il fronte germanico è unito nel voler rallentare il trasferimento della sorveglianza alla Bce. La proposta della Commissione è sul tavolo da due mesi, ma “la fretta uccide la soluzione migliore”, ha avvertito il ministro delle Finanze austriaco, Maria Fekter. Per il tedesco Wolfgang Schäuble, occorre fare di più per separare dentro la Bce le funzioni di vigilanza bancaria da quelle di politica monetaria. Berlino insiste anche per mantenere alcuni poteri nelle mani delle autorità nazionali e limitare la sorveglianza della Bce a 30-40 banche al massimo. I paesi non membri dell’euro chiedono di avere diritto di voto dentro la Bce. Insomma, ha spiegato lo svedese Anders Borg, “siamo lontani da un compromesso entro fine dicembre”. Solo il ministro dell’Economia italiano, Vittorio Grilli, ha espresso un po’ di ottimismo: i negoziati vanno “nella direzione giusta”, “siamo tutti d’accordo che non ci può essere un sistema tutto centralizzato a Francoforte”.
Sulla Road Map per arrivare a “un’autentica unione monetaria”, la bozza di conclusioni dell’Ecofin evocava gli Eurobond con “condizioni rigide, una governance economica rafforzata e strumenti di controllo per prevenire azzardi morali”. Ma subito Germania, Austria e Finlandia si sono rivoltate. Anche sulla Tobin tax europea, la cooperazione rafforzata è al palo.
Atene al limite e il ritorno di Lady Spread
A forza di frenate politiche, Lady Spread è tornata in zona pericolosa. Il differenziale di rendimento dei Btp sui Bund è salito di 50 punti in meno di un mese, quello dei Bonos spagnoli di 80 punti. Il ministro delle Finanze di Madrid, Luis de Guindos, ha dato la colpa alle incertezze sulla Grecia, nonostante le esitazioni del suo governo nel chiedere l’aiuto della Bce. Proprio il caso greco dimostra quanto alto sia il rischio di “incidente”, come lo ha definito il ministro delle Finanze, Yannis Stournaras. Atene è riuscita a collocare 4,1 miliardi di debito a breve scadenza per evitare il default venerdì. Ma la spaccatura tra zona euro e Fondo monetario internazionale sulla sostenibilità del debito rischia di far deragliare tutto il programma di salvataggio. Il Fmi, che partecipa per un terzo, potrebbe decidere di smettere di finanziare Atene se l’Eurogruppo confermerà di voler modificare di due anni l’obiettivo di potare il debito al 120 per cento del pil entro il 2020. “C’è una forte probabilità che la scadenza sia spostata al 2022”, ha detto lunedì il presidente dell’Eurogruppo, Jean Claude Juncker. “Non lo abbiamo mai autorizzato a dire questo”, ha risposto la direttrice del Fmi, Christine Lagarde. A Bruxelles c’è chi vorrebbe spingere il presidente americano Barack Obama a intervenire sulla Lagarde. Alla sua Amministrazione, che si confronterà presto con il cosiddetto “Fiscal cliff” (“precipizio fiscale”), non conviene un improvviso aggravamento dell’eurocrisi. Ma Obama sta dalla parte del Fmi sugli strumenti per ridurre il debito ellenico: gli europei devono mettere mano al portafoglio. Peccato che anche su questo siano divisi.
Sulla Road Map per arrivare a “un’autentica unione monetaria”, la bozza di conclusioni dell’Ecofin evocava gli Eurobond con “condizioni rigide, una governance economica rafforzata e strumenti di controllo per prevenire azzardi morali”. Ma subito Germania, Austria e Finlandia si sono rivoltate. Anche sulla Tobin tax europea, la cooperazione rafforzata è al palo.
Atene al limite e il ritorno di Lady Spread
A forza di frenate politiche, Lady Spread è tornata in zona pericolosa. Il differenziale di rendimento dei Btp sui Bund è salito di 50 punti in meno di un mese, quello dei Bonos spagnoli di 80 punti. Il ministro delle Finanze di Madrid, Luis de Guindos, ha dato la colpa alle incertezze sulla Grecia, nonostante le esitazioni del suo governo nel chiedere l’aiuto della Bce. Proprio il caso greco dimostra quanto alto sia il rischio di “incidente”, come lo ha definito il ministro delle Finanze, Yannis Stournaras. Atene è riuscita a collocare 4,1 miliardi di debito a breve scadenza per evitare il default venerdì. Ma la spaccatura tra zona euro e Fondo monetario internazionale sulla sostenibilità del debito rischia di far deragliare tutto il programma di salvataggio. Il Fmi, che partecipa per un terzo, potrebbe decidere di smettere di finanziare Atene se l’Eurogruppo confermerà di voler modificare di due anni l’obiettivo di potare il debito al 120 per cento del pil entro il 2020. “C’è una forte probabilità che la scadenza sia spostata al 2022”, ha detto lunedì il presidente dell’Eurogruppo, Jean Claude Juncker. “Non lo abbiamo mai autorizzato a dire questo”, ha risposto la direttrice del Fmi, Christine Lagarde. A Bruxelles c’è chi vorrebbe spingere il presidente americano Barack Obama a intervenire sulla Lagarde. Alla sua Amministrazione, che si confronterà presto con il cosiddetto “Fiscal cliff” (“precipizio fiscale”), non conviene un improvviso aggravamento dell’eurocrisi. Ma Obama sta dalla parte del Fmi sugli strumenti per ridurre il debito ellenico: gli europei devono mettere mano al portafoglio. Peccato che anche su questo siano divisi.
di David Carretta